Attacchi di panico: la teoria cognitivo-comportamentale

Secondo un diverso approccio teorico, che storicamente si contrappone al modello di spiegazione freudiano, l’attacco di panico può essere considerato più o meno inizialmente come una casualità che si innesca e, col tempo, si mantiene se l’individuo ha il giusto quantitativo di arousal che serve: in pratica, se è sufficientemente ansioso.
Anche se l’approccio dell’apprendimento affonda le radici nel comportamentismo, un movimento antico e importante al pari della psicoanalisi, i promotori della pratica clinica che si poggia su questa teoria sono un po’ più recenti di Freud, tanto che la cosiddetta terapia cognitivo-comportamentale deve il suo nome al più moderno cognitivismo. Il concetto che in sostanza viene propugnato da questi teorici è che ad avere paura, è qualcosa che si impara, così come si impara a non avere paura delle cose. Il risultato clinico si basa anche sulle ricerche del cosiddetto comportamentismo di seconda generazione, basato sugli studi pionieristici di Frank B. Skinner, padre teorico dell’apprendimento strumentale. Skinner costruì migliaia di gabbie, per la gioia di un numero molto più ampio di cavie da laboratorio, topolini, cani, gatti e anche piccioni. Comunque, a parte l’uso di corrente di tanto in tanto (un tipico rinforzo negativo dell’epoca), tutti gli animali da laboratorio ricevevano soprattutto ricompense (dette anche rinforzi positivi). Skinner dimostrò che se un animale poteva apprendere un comportamento atto a fornirgli del cibo, per esempio, lo stesso animale poteva disimpararlo semplicemente se il cibo da un certo punto in poi non compariva più (questo fenomeno è noto con il nome di oblio). Questa scoperta è importante per l’aspetto clinico.

Facciamo un esempio. Nel mondo animale alcuni automatismi sono estremamente utili, a volte anche provvidenziali. Poniamo che una giovane e inesperta gazzella, nella Savana, percepisca qualcosa di strano, come un particolare fruscio tra la vegetazione mentre alcuni uccelli si alzano in volo. La gazzella, probabilmente, non fa caso a questi segnali, ma se poi un predatore come un leone l’aggredisce e la gazzella si salva per un pelo, ecco che il suo sistema nervoso autonomo, che non si chiama così per caso, di sua iniziativa comincerà a produrre un certo ormone, il cortisolo, tutte le volte che in qualche modo l’animale percepirà quella configurazione situazionale, per così dire. Il cortisolo, a sua volta, mette in moto un sistema di allerta in cui tutte le risorse dell’organismo confluiscono nei punti giusti per preparare l’individuo alla lotta, alla fuga oppure anche all’immobilità, allo scopo di mimetizzarsi.

Quello che avviene nel corpo può variare, ma sappiamo che interviene il sistema nervoso simpatico, che attraverso gli ormoni di cui abbiamo accennato fa sì che vengano messe in circolo l’adrenalina e la noradrenalina, e il corpo subisce una serie di modificazioni fisiologiche. La pressione sanguigna aumenta, i muscoli sono pronti a scattare, l’organismo si libera del peso superfluo evacuando, eccetera. Dunque questo automatismo, come si diceva, è spesso in grado di permettere alla nostra gazzella di sopravvivere. Possiamo chiamare questo fenomeno paura. In altre parole la gazzella prende uno spavento, salta e si mette a correre.

Come si diceva prima rispetto ai teorici della psicoanalisi, anche per i fautori della teoria dell’apprendimento le cose si complicano un poco quando intervengono i processi più evoluti del cervello umano. E sì, perché quando si parla degli esseri umani interviene quello che gli animali non hanno: il linguaggio o, più correttamente, la parola. Insieme con la parola l’essere umano porta con sé la capacità di concettualizzazione, astrazione e simbolizzazione. Ne deriva che se per la gazzella ci voleva proprio una determinata configurazione situazionale, per l’essere umano che abbia subito un trauma, è sufficiente molto meno, in quanto qualunque cosa che ricordi o riporti, tramite una catena di pensieri associati, all’evento traumatico, è sufficiente a provocare la reazione d’allerta del sistema nervoso simpatico, che a ben vedere, in fondo in fondo, tanto simpatico non è…

Il moderno indirizzo clinico che deriva dal comportamentismo, si chiama terapia cognitivo-comportamentale. Come per la psicoanalisi, anche per questo approccio si deve prima di tutto vedere da cosa sono provocati gli attacchi. Secondo il punto di vista cognitivo-comportamentale, all’origine di un disturbo di panico vi è sempre un trauma. A volte vi è stato qualcosa che ha fatto venire al soggetto uno spavento, mentre altre volte è il primo attacco di panico in sé, a rappresentare il trauma.

In ogni caso si deve distinguere il momento dell’attacco di panico dalla paura dei successivi attacchi. Questo è un passaggio importante per capire perché vi sono due fasi distinte nella terapia cognitivo-comportamentale, riguardo gli attacchi di panico.

Dunque durante la prima fase che abbiamo menzionato, quella che riguarda l’episodio parossistico, il terapeuta studia attentamente la sequenza di eventi che porta all’esplosione dell’attacco nel soggetto. Questi eventi sono soprattutto segnali fisiologici, ma nella visione più ampia dell’altra fase, quella della paura fra un attacco e l’altro, gli eventi sono per lo più pensieri e immagini. In entrambi i casi lo studio degli eventi scatenanti per il soggetto è una fase importante della terapia, così come l’applicazione di tecniche anche abbastanza eterogenee tra loro, che spaziano dall’uso dell’immaginazione al dialogo interno, dalla simulazione di eventi fisiologici spontanei a tecniche di rilassamento muscolare. Le diverse tecniche vengono utilizzate dunque per ridurre gli effetti dell’apprendimento che con il tempo è andato via via formandosi: la capacità farsi venire un attacco di panico. Questa è una cosa che tutti coloro i quali hanno sviluppato il disturbo di panico sanno bene. In qualche modo loro sanno che sono loro stessi che se lo fanno venire. E non perché vorrebbero. Solo che non sanno come fare a smettere.

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